Solo blog #6 – Televisore

Lasciando a destra l’ultimo ostacolo

Aveva terminato la gara in un 

Tripudio di abbracci convulsi

Ad ogni abbraccio il vuoto avanzava

Sulla nuda gioia del primato 

E si ritrovò sul podio con

Un sorriso assente che poi rimase lì

Per il resto dell’inverno, dell’anno,

E che si portava con sé ogni

Sera nel bar di Rue Monge,

E nella ricevitoria di Place dell’Armerie

Scommetteva nelle gare regionali di sci

Predizioni facili bastava chiamare l’allenatore del favorito 

Alle dieci di sera e sentire se era ubriaco 

Quella sera c’era la gara di slalom gigante 

E la scassata TV di Rue Morgue trasmetteva la premiazione 

Di un giovane ragazzo sorridente

Disse “mio figlio” ma nessuno nel bar lo ascoltava. 

Solo blog #5 – Goccia

Ricordo un compito di filosofia del liceo, sull’esistenzialismo. Ricordo una critica del professore sul mio modo di riportare il pensiero dei filosofi, pesantemente filtrato, a tratti stravolto, dalla mia interpretazione. Non credo che mi sia passato il vizio.

Scrissi in un compito su Sartre di come dall’esistenzialismo possa scaturire un’etica universale. Infatti, malgrado l’esperienza esistenziale, la nostra vita, sia privata e individuale, essa è contemporaneamente condivisa da ogni individuo, quindi, in questo senso, comune e universale.

Per questa semplice condivisione, una verità esistenziale che io trovo per me stesso, nell’arco della mia vita, allo stesso tempo diviene una verità  che ho trovato per tutti.

Come una goccia in una pioggia di verità che svelasse l’essenza del proprio cadere e che intimamente la credesse condivisa con tutte le altre gocce.

Tanto che trovare una verità esistenziale può divenire una fonte di giudizio universale sull’esistenza delle altre gocce, perché la ricerca della mia verità esistenziale non è una ricerca di un bambino viziato, capricciosa, idiosincratica, arbitraria, ma una ricerca irrinunciabile delle verità universali dell’esistenza, tale che trovata un’essenza, l’assenza di un giudizio di una goccia sul modo di cadere delle altre gocce sarebbe ipocrita, una inutile censura. 

Se ben ricordo, non presi un bel voto.

Solo blog #4 – Pietra

Mangiare carne rossa, bere superalcolici, avere bambini, inalare benzoilmetilecgonina, opporsi ad una dittatura, disidratarsi e preparare l’ultimo appello di un esame sono attività che hanno tutte la stessa conseguenza: privare del sonno un essere umano. Sottoposto a questa tortura meschina, solo con i propri dolori, pensieri e paure, impegni e sudori, un corpo divenuto scomodo si contorce su un letto febbrile. Una sofferenza. Tra gli aspetti più abietti e miserevoli di questa tortura psicofisica ce n’è uno più abietto e miserevole degli altri: la sensazione di un ineluttabile destino che si para davanti ai nostri occhi, proiettato come una serie – che tutto sommato potevamo vivere senza vedere – di fronte alla propria desolante debolezza di spirito che ci rende incapaci di sdraiarci e dormire come un uomo stanco dell’eta della pietra, o meglio ancora, come una pietra, con una vita domani pronta a bombardarci, come un presidente impazzito, nell’abissale gravità di un’insonnia che ci rende minuto dopo minuto più inetti alle guerre incombenti che ci attendono come un’alba di funghi nucleari. Poi ci addormentiamo e tutto passa. Tutto bene. Tutt’apposto.

Solo blog #3 – Cuffia

Sott’acqua, dentro fuori, un conteggio regolare di respiri che porta da una sponda all’altra, la testa è compressa nella cuffia. Uno di seguito all’altro in una fila periodica in eterno movimento ciclico. Pensare di non potersi fermare in questo girotondo è opprimente e puoi smarrire il controllo appena qualcuno ti si avvicina, e bere. Concentrandoti sul sapore del cloro puoi bere ancora. Adesso devi tossire per recuperare il fiato, una bracciata è andata, ora due, la testa affonda leggermente e devi spingere per risalire, dove sono le braccia? Adesso riemergi troppo, sei sbilanciato e hai smarrito il respiro, ispiri troppo tardi e bevi ancora, le gambe sono ferme da un po’, ora ti vuoi fermare, qualcuno ti sta incalzando, non ti puoi fermare, ti devi fermare, ti muovi a casaccio e adesso affondi, hai perso il controllo, hai fatto tutto da solo ma in qualche modo è colpa degli altri, no?

Solo blog#2 – Campetto

Con un pallone, qualsiasi sia il tempo, puoi andare al campetto. Non importa se dista cinque, dieci minuti, mezz’ora, se devi prendere due autobus, arrivi al campetto, col terreno argilloso e secco, con pozzanghere lungo una delle fasce, o entrambe, che basta evitare con attenzione o che diventano proprio un gioco, puoi lanciarti in profondità il pallone cercando di scavalcarle con cura e ti sbagli, non aspetti altro, perché poi vai a recuperarlo con un epico intercetto che serve a far ripartire la squadra avversaria, sempre solo te, e puoi correre a perdifiato, a dicembre con il fiato che ti ghiaccia la trachea e corri fino al limite dell’area, tracciato da una linea bianca immaginaria eppure nitidissima dal quale ti aggiusti il pallone che rimbalza sui dossi della terra secca e che si mette nel punto esatto dove la volevi a mezza altezza sul piede destro per concludere a rete verso la porta senza rete e senza portiere e tiri e segni, e meno male, e festeggi a squarciagola e vai a recuperare il pallone e quasi ti dispiace quando ti rigiri e vedi che è arrivato qualcuno e non sei piu solo.

Solo blog #1 – L’occasione

L’occasione è la possibilità che si presenta e dice “tu puoi”. Al suo annuncio l’uomo prova meraviglia per celare la nuda inquietudine del dovere una risposta al proprio essere autentico. L’occasione in quanto possibilità è una domanda che attende la risposta di colui che può rispondere, la scelta di colui che può scegliere. Lo svelarsi dell’occasione interroga l’uomo: essa non si può ignorare, non si può schivare senza la violenza del pronunciarsi, di fronte all’occasione che dice “tu puoi” dire “non posso” è dichiarare “non voglio”. L’occasione non chiede una risposta per sé, essa rinnova l’esigenza imprescindibile di una risposta per se stessi.